La punizione (nell’autoeducazione dell’adulto e nell’educazione del bambino)


Di Erich Gabert e Georg Kniebe

Nel considerare la sfera generalmente umana, vediamo che l’azione del destino nella vita, può essere considerata come un elemento di correzione, che possiamo anche chiamare, senza alcuna connotazione morale, “punizione”. Lo sforzo personale di cambiare, di correggere i propri errori, ovvero l’autoeducazione, contiene una componente che può essere paragonata alla punizione. Questi riferimenti incrociati derivano dalla descrizione dei “quattro passi”, ovvero delle quattro diverse fasi comuni ai processi dell’autoeducazione, dell’educazione e dell’imparare dal destino: la rappresentazione del processo in forma di immagine, il riconoscimento della sua realtà oggettiva, il dolore derivato da questa esperienza e infine la volontà di cambiare qualcosa nel futuro.
Volgendoci ora a considerare lo sviluppo del bambino, ci troviamo di fronte alla questione fondamentale dell’educazione: il bambino non può diventare quello che deve (e nel suo profondo vuole) diventare, solo in virtù delle proprie forze o dell’azione educativa svolta dalle situazioni e dalle vicende del mondo esterno. La mano dell’educatore, dell’adulto, deve accompagnare, guidare e governare il processo evolutivo. Il giovane uomo è in fondo nato e predisposto per la libertà, ma non la possiede da subito, e non è cosciente dei propri fini più profondi. Quando però l’adulto si “permette” o, potremmo dire, si “arroga il diritto” di intervenire nello sviluppo di un’altra individualità per determinarne una direzione, fa in fondo un atto di violenza sulla libertà dell’uomo in divenire. Questa eventualità carica di una difficile responsabilità il suo ruolo, perché da una parte non gli è permesso fare qualcosa che mette a repentaglio la libertà dell’individualità umana, e d’altra parte deve fare tutto quello che gli è possibile per eliminare tutti i possibili ostacoli e le influenze negative, sia di natura corporea, sia provenienti dalle regioni inferiori della vita animica.
Deve imparare a differenziare gli strati dell’essere umano e non deve cadere nell’errore molto diffuso di ritenere che qualsiasi manifestazione dell’essere umano sia espressione della sua individualità superiore.

Evitare il dolore: una tendenza del nostro tempo

Tra i fenomeni culturali del nostro tempo dobbiamo annoverarne uno in particolare: la crescente tendenza ad evitare il dolore. Dal punto di vista dei dati documentabili questo fatto è confermato dall’enorme aumento del consumo dei farmaci in grado di eliminare il dolore fisico (antidolorifici) e il disagio interiore (psicofarmaci). Per la medicina odierna e per la mentalità corrente, la malattia non ha più un significato: essa è semplicemente una “disfunzione” da eliminare ad ogni costo. Viene forse in mente la vicenda della figlia del famoso psicologo Skinner che, per essere protetta da tutte le malattie infantili, fu tenuta per anni in una sorta di isolamento asettico, sebbene non ci fossero particolari indicazioni mediche. Escludendo comportamenti abietti, l’unico motivo che può indurre un padre a fare una cosa simile è quello di volere risparmiare alla bambina il dolore della malattia.
Lo spirito della lingua descrive bene questo fenomeno, usando il termine “frustrazione”. Questo termine è stato introdotto in psicologia per definire determinate difficoltà o avversità che l’individuo incontra e che rischiano di fargli perdere l’equilibrio interiore causandogli una sofferenza lieve o significativa.
All’inizio gli psicologi impiegarono questo termine cercando di capire come potevano munire l’individuo per affrontare situazioni insopportabili che non potevano essere eliminate, in modo da sviluppare una “tolleranza alla frustrazione” che permettesse di sopportare l’esistenza. Il loro ideale era quello di sviluppare un’imperturbabilità nei confronti delle contrarietà del mondo.
La mentalità comune del nostro tempo però ha cambiato radicalmente questo concetto. La parola “frustrazione” è stata mantenuta ma non viene più impiegata per indicare una difficoltà oggettiva, ma qualcosa da eliminare. Il comune individuo cerca di passare attraverso le diverse “fonti di frustrazione” senza “sentirsi frustrato”; quando viviamo una situazione spiacevole, non cerchiamo di considerarla in modo equanime e spesso affermiamo di “sentirci frustrati”. Nei casi estremi questo può significare: “Ho delle difficoltà e non mi sento in equilibrio; in questo momento reagisco in modo irrazionale, quindi lasciami in pace!” La frustrazione non viene sopportata e diventa una scusa per un comportamento sotto il nostro normale livello.
Chi ci sta intorno accetta pazientemente questi sfoghi senza replicare, perché vengono ritenuti abbastanza normali. Infatti la mentalità generale sembra dire: la frustrazione è sconveniente ma chi la sperimenta gode di circostanze attenuanti. I padri della Costituzione americana devono avere inteso qualcosa del genere inserendo fra i diritti fondamentali dell’uomo: “the pursuit of happiness”, ovvero: “la ricerca della felicità”. Quello che ne è risultato sembra però più che altro un tendere alla “instant happiness”, ovvero: alla soddisfazione istantanea.
Tramite i media, i mezzi che creano l’opinione pubblica, la nostra civiltà tende a favorire una società libera da dolori, ma anche senza scopi e senza impulsi ideali. E’ tempo di tornare a riconoscere un senso al dolore, come evento in grado di favorire il progresso dell’individuo umano.
Vanno fatte queste riflessioni anche quando si discute della punizione, in particolare per il bambino.
Lo scopo dell’educazione non può essere quello di favorire, senza resistenze, l’acquisizione delle singole facoltà, lasciando il nucleo interiore dell’uomo in uno stato di atrofia in cui non gli si richiede nulla. Nell’autoeducazione noi ci imponiamo determinate rinunce e durezze se abbiamo capito che portano dei frutti. Nei confronti del bambino, che non è ancora pronto per comprendere e mettere in atto certe cose, dobbiamo essere capaci di trovare la “giusta misura di frustrazioni” che lo aiuti e non lo danneggi. Per trovare questo giusto equilibrio c’è un metodo sicuro: farsi guidare dall’amore che, cosa essenziale, non deve mai cadere nel sentimentalismo.

Il bambino piccolo fa esperienza

Per capire quale sia il significato della punizione nell’educazione del bambino, e che azione essa eserciti, è bene considerare dapprima le esperienze del bambino che non hanno a che fare né con l’educazione in genere né con l’educazione morale in particolare.
Si può partire dalle prime esperienze di vita che fa il bambino. Anch’egli, proprio come l’adulto, sperimenta in modo del tutto generale le conseguenze delle proprie azioni, anche se gli adulti cercano di evitargliele; queste esperienze sono a tutta prima nuove e inaspettate, spesso sono spiacevoli e lasciano il bambino allibito. Che il camino possa bruciare quando lo si tocca, senza che prima desse a vedere alcunché di cattivo, o che il coltello tagli, le porte schiaccino le dita, tutto ciò è esperienza che viene fatta nel dolore e nelle lacrime e la cui conoscenza agisce poi lentamente sul lavoro delle mani.
Naturalmente l’adulto cercherà di fare tutto quello che è nelle proprie forze per risparmiare al bambino esperienze di questo tipo. Ma certo non potremo evitarle del tutto. In genere le madri tenderanno a togliere subito dalle mani del bambino il martello con cui sta giocando, perché temono che se lo dia sulle dita; i padri sono più spesso “senza cuore” e tendono a pensare che un’unghia nera faccia parte dell’imparare a usare in modo giusto il martello. Si tratta, nei casi estremi, di due atteggiamenti polari che devono equilibrarsi a vicenda. L’elemento protettivo e avvolgente è necessario; ma a volte è bene saper restare in disparte, senza intervenire, lasciando che i contraccolpi delle azioni si manifestino in modo doloroso ma istruttivo. A un bambino forte e aggressivo non guasterà forse se durante il gioco prenderà un paio di ceffoni da quelli più grandi e più grossi di lui, naturalmente sempre che la cosa non diventi troppo pesante. E bisogna anche fare attenzione che queste esperienze non arrivino troppo presto ma vengano fatte solo quando il bambino è in grado di elaborarle correttamente.
Infatti tutto dipende dalla giusta elaborazione delle esperienze.
Gli scontri con il mondo esterno, con le forbici, con il martello, con il fuoco, con gli altri bambini o con adulti scortesi, non devono far diventare il bambino lamentoso, né suscitare in lui rabbia, desiderio di vendetta o di brutalità. Queste esperienze non devono restare limitate a reazioni psichiche, ma vanno afferrate interiormente ed elaborate fino a sviluppare una nuova conoscenza, che naturalmente sarà molto differente a seconda dell’età del bambino.
Tutto questo pone agli adulti dei compiti importanti e molteplici. Succede qualcosa del genere: il bambino arriva correndo fra le lacrime e si lamenta: “Quello (o quella) mi ha picchiato!” L’adulto che agisce senza riflettere interverrà subito con i rimproveri. Ma quasi sempre come prima cosa vale la pena chiedergli con perfetta calma: “E tu cosa gli hai fatto?” Molto spesso il bambino ci rifletterà su un pochino e poi magari, dopo un po’ di tempo e con un po’ di aiuto, ammetterà che anche lui ha picchiato o ha fatto qualcosa del genere. In questo momento si manifesta spesso una ricettività sorprendente per il pensiero: che il dolore non è altro che la conseguenza del proprio comportamento. Questo è forse il miglior momento per chiedere al bambino di riconciliarsi con il compagno (partiamo in questo caso dal presupposto che l’altro bambino abbia reagito in modo comprensibile, in un certo senso come parte del mondo esterno, che reagisce secondo certe regole. Se le cose stessero diversamente, se per esempio dovesse sussistere un comportamento patologico, queste domande cadono nel vuoto e dovremmo svolgere le nostre considerazioni sulla base di altri esempi).
Situazioni simili accadono sempre di nuovo, con infinite variazioni. Certo le conoscenze si formano a poco a poco anche senza l’aiuto dell’adulto, ma egli può dare tuttavia un aiuto benefico e di grande valore affinchè l’apprendimento possa procedere in modo più veloce e più chiaro e il bambino riesca a integrarsi in modo armonico nell’ambiente. A tal fine è importante che le esperienze dolorose non intimidiscano, amareggino o induriscano il bambino, ma divengano per lui utili e favorevoli e promuovano quello sviluppo della coscienza di cui parliamo così spesso in tema di autoeducazione.

Come non dovrebbero essere le punizioni

Il compito dell’educatore diventa molto più difficile quando le conseguenze delle azioni non arrivano al bambino dal di fuori, ma quando è l’adulto stesso che deve portargliele incontro, ovvero quando in qualche modo deve essere egli stesso a “rappresentare” la reazione del mondo.

La punizione si esplica solo nel caso in cui il bambino compia azioni che vengono giudicate “non buone”.

Nel caso del fornello che scotta e della puntura dell’ape, le conseguenze insorgono in modo tale che non ci possa essere alcun dubbio sulla loro necessità naturale, sulla loro oggettività e giustezza. Anche il bambino non può aggrapparsi a lungo all’idea che l’ape che lo ha punto “è cattiva”: l’animale si è comportato semplicemente in modo “equo”, ovvero non poteva fare diversamente; l’ape d’altra parte non ha alcuna relazione psicologica con le conseguenze della sua puntura, se non quella di esserne la causa efficiente, e forse che ci dispiace anche per l’ape stessa che, pungendo, perde la vita.

Quando è l’uomo che vuole reagire, quando vuole “punire”, le cose si presentano molto meno semplici e chiare. In veste di educatore, l’adulto non può fare nulla senza avere uno stretto legame con il bambino; d’altra parte egli deve agire oggettivamente, giustamente, in modo “equo”, e quindi si trova in una contraddizione difficile da risolvere. Quando facciamo degli errori nel punire i bambini, notiamo prima di tutto gli errori che sono fondati su questa contraddizione; dobbiamo spesso ammettere di essere troppo coinvolti nelle nostre emozioni personali.

Punire in collera

Poniamo che un bambino abbia rotto, non senza intenzione, un vaso di porcellana a cui i genitori tenevano molto, e per di più molto prezioso. I genitori sono molto arrabbiati, persino infuriati e la collera si esprime in parole che il bambino è costretto ad ascoltare. Qui si cammina spesso sul filo del rasoio. Una parola forte e adirata può senz’altro essere anche quella giusta, può cioè essere una risposta adeguata a ciò che ha fatto il bambino. Se però la parola esce come un riflesso, si potrebbe dire, in forma infantile, come avviene per esempio quando un bambino viene picchiato da un altro bambino lo colpisce a sua volta automaticamente, allora la punizione non ha alcun valore, non è affatto educativa. Chi punisce non può mai essere preda della propria ira, né tantomeno della propria “furia”; egli deve rimanere sempre assolutamente presente e se stesso, anche nel momento in cui decide di adirarsi e, per esempio, di alzare la voce. L’adulto deve sempre sapere se in un dato caso, per quel dato bambino, è bene lasciar libera la collera oppure no. (”Colui che si adira per ciò che deve , con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato” Aristotele - Etica).

Di fronte a bambini sognanti o giocherelloni a volte è bene decidere di adirarsi, altrimenti essi non sperimentano mai la serietà della situazione. Ci sono anche casi in cui sarà bene lasciar sbollire una rabbia, peraltro del tutto giustificata, prima di dar luogo a una qualsiasi reazione di castigo. In particolare con bambini irascibili è importante non rispondere loro con la collera, perché questo non fa altro che aumentare la loro irascibilità, oppure li blocca senza dar loro modo di sviluppare alcuna comprensione: nel bambino collerico l’educatore può suscitare tale comprensione solo tramite la calma e il dominio di se stesso. Ma anche nel caso in cui sia giusto lasciare agire l’ira, tutto dipende dal fatto se essa è veramente la conseguenza di un pensiero riflessivo oppure no. Dietro l’ira si dovrebbe percepire la capacità di un giudizio del fatto in quanto tale. Il bambino sa distinguere con grande sicurezza se il genitore o il maestro si è infuriato perché è stato colpito “personalmente”: in tal caso l’ira ha un effetto contrario a quello che dovrebbe avere. Il bambino dovrebbe avere questa sensazione: “l’adulto non si è adirato perché è stato colpito personalmente, bensì la sua ira è oggettivamente collegata a quello che ho fatto”. Ecco, in tal caso il bambino imparerà.

Se invece il bambino riesce a stuzzicare, a irritare “personalmente” l’educatore, se riesce a “mandarlo in bestia”, a “farlo esplodere”, egli proverà a scatenare continuamente queste reazioni. I bambini mettono continuamente alla prova l’adulto, proprio perché sentono il desiderio inconscio di sperimentare appunto una reazione corretta, adeguata, equa. Se questo avviene sono soddisfatti e non hanno più bisogno di provocare; sentono che questa reazione è benefica, anche se non è piacevole.

Indifferenza

Alcuni educatori tendono a fare l’errore opposto a quello precedente, sia per paura di una reazione eccessiva, sia per la propria indifferenza nei confronti delle cose del mondo. Lasciano tranquillamente che il vaso vada in mille pezzi, tranquillizzano se stessi o il bambino sul fatto che il vaso è assicurato e che i danni verranno pagati e cercano più di consolare che di sgridare.

Questo atteggiamento va bene per i bambini molto sensibili che già di per sé soffrono per il danno arrecato, ma aiuta ben poco gli altri; i bambini meno sensibili, colpiti da questo comportamento, diventano a poco a poco indifferenti nei confronti del valore delle cose. Alla fine possono arrivare ad avere comportamenti distruttivi solo per provocare una reazione e destare l’interesse verso di loro.

Prescindendo dalla problematica specifica del nostro tempo, che consiste nel fatto che si porta sempre meno rispetto per le cose materiali, resta la domanda se l’educatore ha osservato e valutato a sufficienza il comportamento del bambino. L’indifferenza verso gli errori del bambino, il lasciare sempre correre di fronte alle sue esternazioni, non è altro che l’atteggiamento polare a quello della rabbia incontrollata; si tratta di un atteggiamento di “omissione” che, rispetto alla punizione comminata nell’ira incontrollata, può essere considerato altrettanto sbagliato. Dato che questi atteggiamenti provengono da determinati indirizzi pedagogici, specialmente americani, e si diffondono da noi come ideali da seguire, dobbiamo dedicare un po’ di spazio a tale questione.

Si tratta di una sfaccettatura del problema fondamentale che abbiamo già affrontato, ovvero se in generale sia lecito agire in senso correttivo sul bambino, che in fondo vorrebbe solamente “esprimersi”. Il comportamento di bambini che sembrano non essere affatto felici di vivere in un’atmosfera di lassismo, mostra già di per se stesso che in questi casi si sta adottando una misura sbagliata. Che qualche adulto adotti un tale comportamento a lungo e coerentemente, ha in fondo a che fare con determinate debolezze interiori dell’adulto stesso, che sono il segnale d’incapacità di decidere, paura della responsabilità e timore di gestire le situazioni conflittuali.

Motivi personali nascosti

L’elemento assolutamente personale, puramente soggettivo, può manifestarsi con infinite modalità.

Esso può anche nascondersi, mascherandosi in modi estremamente raffinati. Con gli adulti, che hanno una coscienza in un qualche modo già “convenzionale”, questi mascheramenti possono anche essere efficaci; il bambino invece non si lascia ingannare a lungo. Immaginiamo per esempio che un bambino abbia chiesto di potersi recare nel pomeriggio al compleanno di un amico. La madre ha molto lavoro da fare e non le sarebbe facile organizzarsi per portarlo al compleanno; d’altra parte non vorrebbe dirgli di no. E’ di fronte ad una indecisione. Poi il bambino fa qualcosa di sbagliato, di maleducato e a quel punto la madre esclama: “Adesso, visto quello che hai combinato, non hai più il permesso di andare!” Ella risolve il proprio dubbio scegliendo l’opzione che le fa più comodo invece di rispondere in modo adeguato al comportamento del bambino. Esso però sente perfettamente l’elemento arbitrario che si è inserito. Può allora diventare leggermente arrogante, soprattutto se l’adulto aggiunge presuntuosamente che egli “si merita la punizione”. Le mistificazioni e i mascheramenti diventano particolarmente maligni quando nella punizione si mischia il sentimentalismo. Così può avvenire che il bambino venga picchiato oppure che gli venga proibito un piacere a lungo desiderato e poi debba anche sentirsi dire: “Dispiace più a me che a te, ma…”. Questo può essere anche vero ma è una ovvietà e non deve mai e poi mai  venire espressa al bambino. I bambini finchè non vengono “guastati” dagli adulti non sono sentimentali. In un caso simile notano perfettamente che qualcosa non quadra ma non si possono difendere e si sentono vittime di una doppia ingiustizia. Al contrario la punizione può essere anche dura ma se è coerente e oggettiva il bambino potrà anche reagire al momento con un moto di rabbia interiore o esteriore ma in seguito riconoscerà che l’azione dell’adulto era giusta. Infatti nel loro intimo i bambini sanno molto bene due cose: in primo luogo sentono che per la loro evoluzione interiore hanno bisogno della correzione data dalla punizione, in secondo luogo che la punizione non ha nulla a che fare con l’arbitrio dell’adulto, ma deve scaturire solo e unicamente da condizioni oggettive del tutto indipendenti dalle emozioni personali. Fanno persino meno fatica di molti adulti che, tramite i più diversi influssi, hanno ormai perso il giusto sentire o, se vogliamo, la fede nei confronti di valori come l’equità e la giustizia.

(Altri capitoli come: “Punizioni troppo dure”; “Atteggiamento troppo morbido”; “I quattro elementi base della giusta punizione” li trovate nel libro: La punizione nell’autoeducazione e nell’educazione del bambino di Erich Gabert - Georg Kniebe, Edizioni Arcobaleno)

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