a cura di Simona Radighieri
In tutto quanto riguarda l’insegnamento, quella sete di giudicare che il maestro
esplica annotando ogni giorno dei voti sul registro, andrebbe invece rivolta
verso un tentativo di aiutare in ogni momento lo scolaro senza emettere
giudizi. Il maestro dovrebbe dare un brutto voto anche a se stesso quando lo
scolaro non sa qualcosa perché significa che non è riuscito a spiegarglielo.
Rudolf Steiner
Helmut von Wartburg, maestro della scuola Rudolf Steiner di Zurigo, nel suo prezioso libro La professione del maestro dopo aver ricordato che tanti docenti sono consapevoli dell’inutilità e dell’inadeguatezza dei voti e dei giudizi sulla resa di profitto degli allievi, riporta una profonda e severa opinione di un filosofo e pedagogo molto noto negli anni Venti, August Messer.
Egli scrive nel 1926: “I voti hanno esercitato sulla vita spirituale e morale della nostra giovinezza, la stessa azione deleteria degli esami. Giudicare equamente è addirittura impossibile. I bambini, piccoli e grandi, danno senz’altro molta importanza ai voti, che sono in effetti una grande spinta all’ambizione. In genere però non si è coscienti del fatto che il valore morale di tale motivazione è nullo. In realtà la natura stessa dei voti esprime un tipo di educazione volta al trionfo di motivi irrazionali. Il loro influsso, moralmente dannoso, traspare dalla sfrontatezza con la quale, per lo scolaro mediocre, tutti i mezzi, cominciando dal copiare, sono buoni pur di migliorare un voto. Non meno pericoloso è il fatto che l’assegnazione di un voto produce sempre una certa tensione nel rapporto maestro-allievo. Guardarsi continuamente dal maestro, non farsi cogliere in fallo, abbindolarlo, ingannarlo, mostrarsi dal lato migliore, fingersi virtuoso; a simili menzogne la “vecchia scuola” abituava la gioventù”.
Il maestro Helmut, nel suo libro precedentemente citato, prosegue: “A questo severo giudizio potremmo aggiungere molte altre critiche che in tempi più recenti sono state sollevate da parte di psicologi, pediatri, insegnanti e genitori che stigmatizzano con altrettanta energia gli effetti avvelenanti, persino suscitatori di malattie, di un sistema scolastico imperniato e improntato sulla caccia al voto migliore. Né manca chi attribuisce a tale sistema una parte di responsabilità per il dilagante nervosismo dei giovani, per molti stati ansiosi, per l’aumento del numero delle psicosi e delle angosce ed anche per l’incremento dei casi di suicidio tra gli studenti. E a ben guardare si scopre che anche il sistema di valutazione basato sui voti non è che la conseguenza di una concezione materialistica che considera ogni evento, sia che si svolga nella sfera naturale che nella vita dell’uomo, in base a identiche leggi causaliquantitative e ritiene di poter conoscere solo ciò che rientra nei canoni della misura, del numero e del peso. Di certo un processo educativo che si fonda sui criteri della selezione scolastica, snatura ed avvilisce la sacralità che dovrebbe improntare la relazione maestro-alunno, e impoverisce fin nelle più recondite profondità della coscienza un rapporto che dovrebbe ispirarsi anzitutto a criteri di aiuto, di dedizione e di reciproca crescita. Quantificando i successi e gli insuccessi, l’allievo viene esaminato in base ai medesimi principi e con gli stessi criteri che valgono nel campo tecnico ed economico per verificare la validità e la convenienza di un materiale o di un prodotto industriale, criteri che tengono conto solo dell’utilità e del profitto. Tutto ciò non tiene in nessun conto quel che maestro e allievo hanno conquistato insieme, le esperienze comuni, i dolori, le gioie, le delusioni, i dubbi, gli sforzi, l’entusiasmo provati. Se ne deduce che tali criteri non sono per nulla a misura d’uomo e non possono pertanto essere equi. Per i fondamenti e per gli scopi stessi della nostra pedagogia, noi optiamo per un altro metodo, più consono e corrispondente ad una responsabile e cosciente vita educativa, convalidato da verifiche che si articolano in oltre ottant’anni di attività pedagogica, verifiche da cui traspare con chiarezza che la nostra via non ha per nulla ostacolato il futuro dei nostri allievi. Ogni allievo riceve, di regola alla fine dell’anno, una relazione la cui forma varia a seconda dell’età del bambino, nella quale viene puntualizzato ciò che egli ha fatto e qual è stato il suo inserimento nel lavoro svolto e nel gruppo dei compagni. Nelle prime classi di solito si tratta di una breve storia o di una poesia che rispecchia metaforicamente l’indole del bambino o, ancor più semplicemente, l’insegnante offre al bambino un disegno o una scenetta che raffigura un cavallo, un coniglio, una principessa, un fiorellino o altra immagine che abbia le sue caratteristiche e il suo temperamento. Più innanzi il resoconto è più dettagliato e riguarda tutto il comportamento del ragazzo; non si fa quindi una semplice valutazione di merito o di rendimento ma si cerca di inserire quest’aspetto (peraltro importante) come sfondo di una considerazione più generale della personalità dell’allievo”.
